L’arte di aspettare.

Sono tante le luci da spegnere in questa casa nuova.
Faccio il giro, una a una.
Lascio solo quella di sale che colora di arancio la camera da letto.
Mi sento un po’ il Gobbo di Notre Dame, nel suo solitario rito serale, soffiando sulle candele della cattedrale di Parigi.

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Mi infilo sotto le coperte alla ricerca dell’abbraccio del piumone.
Guardo supino le travi bianche e il gioco di grigio che hai pensato tu.
Tutto intorno il silenzio della città che dorme, solo il camion di vetro che porta via storie rotte di tavolate chiassose.

Ti dò la buonanotte, sussurrando nell’aria il tuo soprannome, lettera per lettera.
Faccio un origami con la mente, uno di quegli areoplanini che mio fratello sapeva piegare meglio di me.
Anzi prendo proprio uno dei suoi che volano meglio, vanno più lontano.
Sopra quelle ali di carta le lettere prendono forma, quella del pilota.
Si sistema al posto di guida.
Pronti, tutti gli apparecchi controllati. Ora vai.
Esce dalla mia finestra e vola sui tetti incastrati di questa città un po’ mamma un po’ puttana.
Schiva J.Li (il mio gabbiano) che dorme appollaiato su una torretta color cachi, s’infratta giù per i vicoli stretti fino al ponte ormai deserto, poi su, verso il castello a salutare Angy, l’Angelo di Castel Sant’Angelo che mi guarda dalle finestre del salotto. Lo saluto tutti i giorni mentre faccio colazione sul terrazzo.
“Ciao Angy, buongiorno!”
Credo che stiamo diventando buoni amici, siano sulla buona strada, anche lui ve lo potrà confermare.
Bel trio comunque: io, un gabbiano solitario e un angelo di bronzo, affacciati sui tetti di Roma.
L’origami porge il saluto doveroso a chi di mestiere vola e poi finalmente va, libero, a destinazione.
Nemmeno lui sa qual è.
L’importante è farlo volare quell’aeroplano.
L’importante è dare quel soprannome che nasconde la faccia buffa dell’amore.
L’importante è aprire quella finestra.
Non sappiamo dove si poserà.
Accettiamo il rischio, tanto non possiamo fare altrimenti.

Chi se lo troverà domattina sul comodino o appoggiato sulle lenzuola stropicciate, che ne farà?
Ce lo chiederemo guardando quella finestra aperta, tenendola con decisione aperta.
Anche se fa un po’ freddo, anche se rischia che poi ci piove in casa, che con questo tempo non si sa mai.
Anche se è pericoloso, perché magari qualcuno può entrare in casa e rubare i ricordi.

Accettiamo il rischio, tanto non possiamo fare altrimenti.

Ci viene pure da sorridere perché pensavamo che per un po’ non avremo avuto bisogno di riaprirla quella finestra, di stare al caldo riparati nella nostra stanza, nella sicurezza che difende dal mondo.

Invece no, quella sicurezza non esiste, ci sei cascato un’altra volta.
E un’altra volta la vita ti dice di prendere quella benedetta asta, di infilare un piede dietro l’altro senza guardare giù e di stare in equilibrio su quel filo. Con leggerezza e sapendo di avere un cavo di sicurezza al quale potremo aggrapparci se il vento troppo forte ci farà sbilanciare.
E il vento arriva, e cadiamo.
Oscillando, un po’ graffiati, con qualche escoriazione, guarderemo finalmente giù.
Appesi come salami a quel filo.

Nella vita si cade.
E ci si rialza.
E più si cade più ci si rialza.
E ogni volta non ci ritroviamo con più equilibrio, no, ma diventiamo molto più bravi a rialzarci.

A penzoloni, con il cavo di sicurezza che mi ancora al mio equilibrio momentaneo, guardo il mio aeroplano, cioè quello che mi ha fatto mio fratello che è più bravo, che va veloce.
Con il mio amore sopra, con quel soprannome che fa da pilota.

Non so se lo faranno atterrare nell’aeroporto che vorrei, su quel comodino che penso giusto, in quelle lenzuola stropicciate che sanno di casa. Lo spero.
Ma so che quando noi quell’amore lo mandiamo fuori un modo per ritornare a noi lo trova sempre.

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Io, J.Li e Angy rimaniamo qui ad aspettare.
Che anche saper aspettare è un’arte.
Alla finestra, affacciati sui tetti di Roma con un caffè, lungo in tazza grande, ancora fumante.
Con il tramonto rosa di Roma intagliato dalle cupole delle chiese.
Con tanti gabbiani che volano intorno, ma non sono il mio. Il mio è solo uno e ha un nome.
Con il Tevere che si gonfia e sgonfia un po’ come gli pare. E fa bene.
Con i turisti con il sandalo e il calzino di spugna bianco e Nicola dell’alimentari sotto casa che ogni volta che passo mi fa provare un nuovo formaggio appena arrivato ed è talmente gentile che non me la sento di dirgli che sono intollerante ai latticini.
Con questa fune davanti, in questo circo in cui siamo trapezisti, lanciati in equilibrio a sfidare l’universo.
Con questa vita che proprio non ce la fa a prendersi una pausa, ma forse è questo il suo bello.

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Io, J.Li e Angy, carne, piume e bronzo, rimaniamo qui ad aspettare.
Che anche saper aspettare è un arte.

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English version

There are a lot of lights to switch off in this new house.
I go around, one by one.
I leave on just the salt lamp that colors of orange my bedroom.
I feel a little like the Hunchback of Notre-Dame, in his lonely night ritual, while he blows out the candles of the Parisian cathedral.
I get in bed searching for a hug from my duvet.
I stare at the white wooden beams and the grey pattern that you thought of.
All around I hear the silence of the city that sleeps, and just the glass-collecting truck that takes away broken stories of loud banquets.
I tell you goodnight, whispering your nickname, letter by letter.
I do paper-folds in my mind, one the those little planes that my brother could fold better than me.
I take one of his, they fly better and go farther.
Upon those paper wings, letters take shape, the pilot’s shape.
They get at the pilot’s seat.
Ready. Everything checked. Now the plane takes off.
It exits from my window and flies over the framed rooftops of this city, a little of a mommy and a little of a whore.
It dodges J.Li (my seagull) who sleeps upon a small khaki tower, goes down to the little ‘vicoli’ streets and to the deserted bridge, then back up at the castle to salute Angy, the angel of Castel Sant’Angelo who looks over at me from the living room windows. Every morning I say hi to it while I have breakfast on the terrace.
“Hi Angy, good morning!”
I think we’re becoming good friends, we’re on the right track, he can confirm it to you.
Nice trio anyhow: me, a lonely seagull and a bronze angel, looking out onto the rooftops of Rome.
The paper-fold plane dutifully salutes who else flies and finally goes, free, to destination.
It doesn’t even know what this is.
The important thing is to let that paper plane fly.
The important is to give that nickname that hides the funny face of love.
The important is to open that window.
We don’t now where it will land.
Accept the risk, we can’t do anything else anyhow.

Who will find it tomorrow morning on the bedside table or on the crumpled linens, what would they do with it?
We will ask ourselves, looking at that open window, keeping it fiercely open.
Even if it’s a bit cold. Even if it rains in – you never know with this weather.
Even if it’s dangerous, because maybe someone will sneak in and steal memories.

Accept the risk, we can’t do anything else anyhow.

We even feel like smiling because we thought we didn’t need to open that window for a while, we could stay warm sheltered in our room, in the safety that defends from the world.

But no, that safety doesn’t exist, you were fooled again.
Another time life tells you to take that damn beam and walk one foot after the other, keeping balance. With lightness and knowing that we have a safety rope if the wind gets too strong and threatens to make us fall.
The wind arrives, and we fall.
Swinging, a little scratched, with some excoriation, we will finally look down.
Hung like salami from that beam.

In life we fall.
And we stand back up.
And the more we fall the more we stand again.
Every time we don’t find more balance, no, but we get much better at getting back up.

Hanging, with the safety rope that anchors me at my temporary balance, I look at my plane, my brother’s actually, who made it better than me, and it flies fast. With my love on it, with that nickname in the shape of a pilot.

I don’t know if they’ll let it land at the airport I’d want, on that bedside table I think right, on those crumpled sheets that smell like home. I hope so.
But I know that when we send out that love, it always finds a way to come back.

Me, J.Li and Angy stay here and wait.
Knowing how to wait is an art.
At the window, looking out onto Rome’s rooftops with a long coffee in a big cup, still steamy.
With the pink Roman sunset cut by the churches’ domes.
With seagulls flying around, but they’re not mine. Mine is only one and it has a name.
With the Tiber that goes up and down as it pleases.
With the tourists wearing sandals with white socks and Nicola, of the grocery shop downstairs, who lets me taste a different kind of cheese every time I stop by, and he’s so kind that I don’t want to tell him that I’m intolerant to dairy.
With this beam in front of us, in this circus where we’re all trapeze artists, launched through balance to find the universe.
With this life that really can’t pause, and this is its beauty.

Me, J.Li and Angy, flesh, feathers and bronze, stay here and wait.
Because knowing how to wait is an art.

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