Cacciatore di perle

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“Due dita più corto nella manica ed è perfetto. Ecco qua. Te lo facciamo portare a casa,ok?”
“Si grazie Francesca, sei sempre la mia salvezza”

Esco dallo showroom di Vuitton mentre il mio smoking viene aggiustato su misura, ci rivedremo fra poco. Arrivo a casa, Matilda è già sotto le mani della truccatrice e del parrucchiere. E sono solo le cinque del pomeriggio. La macchina arriverà fra tre ore per portarci alla cena di Gala dell’Amfar, la più ambita della settimana della moda, la più benefica, la più.

Non ha ancora deciso quale dei tre abiti di Valentino indossare, difficile aiutarla, è bellissima comunque. Gioielli Cartier collezione chiodi, scarpe altissime e borsa…cacchio.

“Mi sono scordata la borsa.”
“Aspetta Mati, ci penso io. Chiamo Sara (Battaglia) anche se forse è troppo tardi. Ok, Sara dice che ne ha due o tre modelli, ma colorate.”
“Sono bellissime ma non riusciamo a passare dallo showroom adesso. Aspetta vado giù a vedere da mamma…questa vintage? Dai va bene, andiamo”.

C’è sempre un po’ di incomprensibile ansia quando sei su quella berlina nera e stai per arrivare a questo tipo di eventi. Ti si para davanti un muro di fotografi all’entrata e tu sei lì che ti chiedi quale espressione fare.

Serio? No che poi sembra che fai il figo e te la tiri;
sorridente? Ok, ma non troppo che sembra che hai bevuto prima di venire;
faccette? No, che pare che vuoi fare il disinvolto e in realtà sembri deficiente.

Tutte le tue insicurezze sono lì pronte a uscire, fanno a gara a chi per prima farà capolino dal tuo vestito impettito da pinguino metropolitano.
E così nelle foto esci sempre con quella faccia indefinita con un range espressivo che spazia allegramente da “cosa ci faccio qui” a “non è colpa mia”, passando per “sono un’idiota che ci posso fare?”.

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Dopo i vari “Guarda di qua, ehy no qui, insieme qua in centro, dai abbracciatevi” e compagnia bella  supero il red carpet e mi accorgo di aver perso due chili. Chili facilmente recuperabili già all’aperitivo dove lo champagne scorre a fiumi, con tre flute in mano si materializza Luca Lanzoni. Le facce amiche in queste situazioni sono fondamentali. Mi rilasso e la mia serata inizia effettivamente in questo momento.
Saluti gli amici, te ne presentano altri mille, altre fotografie di rito e poi ai tavoli.

Con una magnum di Moet Chandon come centrotavola mi ritrovo in questo salone blu mangiando architettoniche scomposizioni di verdure sconosciute, mentre Juliette Lewis tiene l’asta di beneficienza. Attorno a me tutta la gente che conta o quella che vedi sui rotocalchi rosa. Abiti lunghi, preziosi, danzano leggeri raggiungendo l’uscita nelle intercalanti pausa sigaretta. Donne, dee, di qualsiasi forma e colore, un campionario completo, finemente selezionato, straordinario.

Al polso un orologio Hublot, sponsor della serata che mi ha invitato a questo tavolo.
Ai lati la biondissima, affascinante, concretamente romana ma allo stesso tempo internazionale Sveva Alviti (che mi ha svoltato la serata per quanto mi ha fatto ridere) e l’esotica bellezza illuminata da giovanile timidezza di Maria Host, davanti il sorriso accogliente di una splendida Elenoire Casalegno e lo sguardo dolce di Filippa Lagerback.
Non posso proprio lamentarmi.
Roberto Cavalli sta facendo uno show esilarante, vuole a tutti i costi accaparrarsi il lotto che con ironia  e savoir faire sta battendo Bianca Brandolini d’Adda, un orologio uguale a quello che ho io. Mi sento privilegiato.
Rialza la posta ogni volta alzandosi da tavola, lanciando un pugno chiuso verso il cielo e grindando “evvai!”. Questo suo fare accende l’entusiasmo della sala.

Guardo da fuori questo momento surreale, tutte queste persone eccitate da soldi che sembrano fioccare dal cielo. La mia non è assolutamente una visione negativa della cosa, solo estraniante. Alla fine questi soldi andranno alla ricerca per l’AIDS, quindi c’è pure lo scopo benefico. Non credo che sia vera beneficienza in realtà, definita da un’imprescindibile segretezza, ma alla fine andranno ad una buona causa e va bene così. Mi soffermo invece sul valore che attribuiamo alle cose.

Dopo che mi è stato rubato quasi tutto due giorni fa (tutto raccontato nel mio post precendente) vedo le cose in modo diverso.

Credo che in realtà non possediamo nulla. Abbiamo solo tanti oggetti in prestito. Oggetti che ad un certo punto potrebbero andare per la loro strada, niente è legato a noi per sempre.
Oggetti di cui siamo temporanei custodi, che possono contribuire alla nostra felicità, non determinandola. Oggetti che io amo, oggetti che io lascio andare.

Ho letto un libro “Ninna Nanna” di Palaniuk che ad un certo punto parlava di armadi, di quanto essi custodiscano le nostre cose e ne siano i veri proprietari, che superano i nostri limiti temporali, che traghettano da una persona ad un’altra quantitativi di oggetti, immortali o per lo meno più duraturi di noi.
Qui intorno a me si fa una gara di oggetti. Oggetti che ti identifichino, che ti coprano di un valore aggiunto, che spieghino agli altri chi sei, a cui ci leghiamo inutilmente, in modo viscerale.
Oggetti che spesso sostituiscono le persone, che arrivano prima della nostra essenza, la coprono ad arte.
Oggetti con cui ci difendiamo dal giudizio impietoso della comunità che ci ospita.
Oggetti che offuschino il nostro intrinseco bisogno di dare un significato a questo passaggio sulla terra.
Oggetti che spesso ci allontano dal contatto con la realtà, che pretendono da noi un senso di responsabilità, di appartenenza coatta all’immagine che si ha di noi.
Oggetti che pensiamo di possedere e che in realtà ci possiedono.
Oggetti che ci rendono schiavi dell’idea che ci siamo fatti di noi, del ruolo che ci attribuiscono gli altri, nel tentativo disperato di esserne sempre all’altezza.
Quando mi hanno rubato la valigia tre giorni fa sono stato male.
E poi ho tirato un sospiro di sollievo. Mi sono sentito libero.

Voglio liberarmi dell’idea che mi sono fatto di me.
Voglio liberarmi dell’idea che vi siete fatti di me.
Voglio liberarmi dello standard che devo mantenere.
Voglio liberarmi da questo bisogno di definirmi per quello che ho fatto o quello che faccio, per quello che ho o per quello che perdo.
Voglio fare un sacco di sbagli, non voglio seguire il sentiero giusto delle cose che bisogna fare ma, perdendomi, voglio trovare il mio sentiero, lasciando per primo la mia impronta.

“Ma ho visto che ora scrivi, quindi non sei più attore? Ora sei un blogger? O un giornalista? Insomma cosa sei?”

Non sono un attore, non sono un blogger, nemmeno un giornalista, non sono nulla che possiate inscatolare.
Sbaglio? Forse.
Ma nessuno mi priverà del piacere di sbagliare sentiero con le mie gambe, di scappare da ogni possibile definizione, di fare le scelte solo perché mi piacciono e non perché rispondono alla definizione che danno di me.
Nessuno mi priverà dell’enorme lusso di andare in smoking ad una festa blasonata e la mattina dopo salire su un tram in tuta, senza per questo sentirmi inadeguato.
Nessuno mi priverà dell’enorme piacere di raccontarmi per quello che sono e non per quello che ho o che faccio.

Perché la cosa divertente è che non ho nulla. E che non mi manca niente.

La musica che accompagna questo mio scrivere è quella di Ezio Bosso.

C’è un brano in particolare, Anamì, la dea del mare, degli innamorati e dei pescatori di perle.
La dea del non respiro, dell’apnea.
Quell’apnea di chi si bacia, quell’apnea di chi con un coltello in bocca si getta in mare, ad ogni immersione rischia la vita per ottenere la purezza bianca di quel regalo oceanico.
Di chi, in apnea, si immerge in questa vita, ne scandaglia le sue profondità alla ricerca del tesoro che racchiude.
Di chi, nudo, nella sua verità, sceglie di rischiare per ricercare quel piccolo concentrato di bellezza che ognuno di noi preserva dal resto del mondo.
Fino a quando non ha la forza di rischiare il tutto per tutto, trattenere il respiro mentre le vene sembrano scoppiare, coi polmoni risucchiati nello sterno, di raggiungere la sua identità più autentica e  di mostrare il suo tesoro vulnerabile e perfetto.

Alessandro_allori,_pescatori_di_perle,_studiolo
Si può scegliere se pescare con le reti per mangiare, o,
col coltello fra i denti, cercare le perle.
Per brillare.

Il resto della “mia” settimana della moda milanese la trovi su Elle.it e a breve anche il video. Sì perche Elle.it mi ha messo alle calcagna Davide Micciulla durante tutta la settimana. Ci siamo cordialmente odiati dal principio, poi a forza di averlo appresso mi ci sono pure affezionato. E devo ammettere che come video maker è proprio bravo…

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16 thoughts on “Cacciatore di perle

  1. «Ma nessuno mi priverà del piacere di sbagliare sentiero con le mie gambe, di scappare da ogni possibile definizione, di fare le scelte solo perché mi piacciono e non perché rispondono alla definizione che danno di me.
    Nessuno mi priverà dell’enorme lusso di andare in smoking ad una festa blasonata e la mattina dopo salire su un tram in tuta, senza per questo sentirmi inadeguato.
    Nessuno mi priverà dell’enorme piacere di raccontarmi per quello che sono e non per quello che ho o che faccio.

    Perché la cosa divertente è che non ho nulla. E che non mi manca niente.»

    Ecco, questo sei tu. Sinceramente Paolo. E sei quello che preferisco. E sei pure bellissimo. :opps:

    E basta con tutte ‘ste e. A … presto.

    Un bacione.

  2. Io ti chiamo così: la terapia della positività. Ti leggo sempre quando la mia testa è sul cuscino ed è affollatissima di pensieri. Cosi scelgo te. Al posto di un libro o di una canzone. Sorrido e chiudo gli occhi. Buonanotte.

  3. Dovrebbe essere una sfida che tutti dovrebbero affrontare quella di cercare di superare quelle categorie entro le quali risultano essere inseriti dagli altri. La personalità di ognuno credo sia il dono più prezioso che dobbiamo proteggere contro tutti e tutto. Tu sicuramente ti mostri per quello che sei veramente e per capirlo basta leggere le tue parole che hanno una sorta di “potere magico”.
    Grazie ancora per questo ulteriore spunto di riflessione..
    A presto
    Eleonora

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