voglio essere mare

Il fuoco che parla sussurrando dolce a un bicchiere di vino che ride leggero, due amici e una campagna scura che non fa paura ma mette pace.

Stasera così, a Capalbio, con la musica che mi ricorda che “you are always on my mind”.
Sono quelle serate in cui ripeto ogni tre minuti “vi rendete conto la meraviglia di questo momento?” perché la bellezza la dichiaro verbalmente. In modalità loop.
Stasera il mondo mi abbraccia e io mi sento voluto bene, apprezzato.

Loro leggono a voce alta:
“Siccome l’uomo a differenza dell’animale non ha altro modo di essere al mondo se non quello di darsi un mondo, l’uomo é creatore di se stesso. E a questa creazione i greci hanno dato il nome di arte del vivere. Essa consiste nel definirsi in una linea di confine dove occorre spostare di continuo il limite, onde dare alle nostre potenzialità lo spazio per la loro piena esplicazione e al tempo stesso non oltrepassare il limite che è iscritto nelle nostre stesse potenzialità. L’arte del vivere é allora la competenza circa quanto possiamo e non possiamo fare, circa quello che possiamo o non possiamo avere, dove implicita è la figura della rinuncia, che avviene a partire da un calcolo circa ciò che rafforza o indebolisce la vita.”
 (“La casa di psiche” di Umberto Galimberti)
Nella mia continua, spasmodica ricerca di un significato da dare a questa mia esistenza il limite viene spostato ogni giorno, con stupore e una tentata oggettività sulle mie potenzialità.
Io voglio diventare grande davvero.
E la rinuncia, che non c’entra nulla con la sua accezione cattolico-moralista, è un’incredibile opportunità.
La rinuncia di qualcosa, o qualcuno, che non è un bene per te.

Mi sono dato delle regole, me le continuerò a dare e ne scolpirò altre in base alle esigenze della vita.
Me ne sono data una un po’ di tempo fa.
Non parlare mai male di nessuno. Nemmeno delle persone che mi feriscono.

In questi giorni ho saputo che alcune persone parlano molto male di me.
In modo violento, inutile, cattivo.
Il mio primo istinto sarebbe stato quello di:
1 telefonare loro e sputargli addosso tutta la rabbia che quelle parole avevano scatenato dentro di me
2 fargli terra bruciata attorno. Perché avrei la possibilità di farlo.

Poi ho cambiato idea.

Ora non faccio nulla.
Freno con molta, molta, molta fatica quella reazione.
Mi fermo, metto da parte quel desiderio dettato dall’ego, dal desiderio di rivalsa, di riscatto del mio orgoglio ferito e sto li, immobile.
Da questo tipo di umiliazione, da questo sgretolamento del mio amor proprio rinasco, nuovo e più forte.
La citazione “Bene o male, purchè se ne parli a me è sempre stata sulle balle.
Parlare male è solo un’inutile perdita di tempo, per tutti.

Penso che comunque dalle varie voci che queste persone mettono in giro non verrò intaccato. Non in modo serio.
La verità di chi sei, la tua essenza è più forte.
E per quanto fango ti possano tirare addosso, tu non perdi mai chi sei veramente, se a quelle provocazioni non rispondi, se non ti abbassi a quel livello di comunicazione reattiva.

Certo, sono persone che preferisco non frequentare per adesso, fino a quando si relazioneranno “contro” (e non con) le persone.
Ma non porto alcun rancore nei loro confronti. Ognuno per la sua strada, come è giusto che sia.

Tento ogni giorno di staccarmi dai processi contorti e aggrovigliati della mente.
Mi fido ogni giorno di più del mio corpo. Di quello che saggiamente percorre le sue fibre.

Mentre Francesco e Guja parlano fra loro capto qualche frase. Come sempre il caso non esiste e la vita ti parla attraverso parole mischiate nei discorsi degli altri:
“Il nostro corpo ha una memoria fisica più sviluppata per quanto riguarda i ricordi positivi.
La nostra mente per quelli negativi.
L’odio è un sentimento mentale. L’amore appartiene al corpo.”

Parlano seri questi due, mentre io un po in disparte scrivo. Sono d’accordo con loro, anche se non lo sanno. (State leggendo maledetti, vero?)
Le elucubrazioni sul perché si parli male di me, sul perché persone che ritenevo amiche (e che comunque una parte di me tuttora ritiene tali) possano diffamarmi così, sul perché l’invidia o qualsiasi altro sentimento del genere non siano estirpabili, sul perché si perda tanto tempo a infangare quando sarebbe così più salutare esaltare il bello degli altri, io le lascio disperdersi con le scintille di questo fuoco, le lascio salire per la canna fumaria e che vadano dove credono.
Io rimango qui, col mio corpo che ricorda il bene e il buono che hai avuto anche tu, di tutte le risate che ci siamo fatti e i sorrisi gratis. Il resto non lo voglio sapere.
La mente dorme ora e sono contento che sia così.

Ho spostato l’attenzione.
So che per quanto vorrei piacere a chiunque sulla faccia della terra, questo non é possibile.
Non mi interessa più quanto posso piacerti, ma quanto tu piaci a me.

E se non hai niente di meglio da fare che parlarmi dietro, beh grazie per mettermi comunque al centro dei tuoi pensieri.
E se riesci a buttarci dentro anche un pizzico di buono, mi fai felice. Vedi tu.
Ciao.

“L’arte del vivere significa “soggiorno”, la capacità di abitare il mondo governando se stessi, diventando legislatori di noi stessi”
Mi guardo attorno. Il camino, due amici grandi, due cani stupendi, un vino bianco, la campagna muta, sorrisi, occhi, io.
Sono stato al mare, oggi a pranzo. Ed era tutto perfetto. E il mare non parla mai male di nessuno.
Voglio essere mare.


Parlate pure, adesso.

keep breathing

Il silenzio può essere buono o cattivo.
Lo scopro un sabato mattina, in una Roma baciata da un sole primaverile che si fa beffa della stagione corrente.
Scrivo sulla panchina fuori dal bar di Viola, davanti al fioraio.
Lei non c’è, meritatissime vacanze.
Oggi il suo “buongiorno biondo” mi manca molto.
Ci prova Roberto, sempre da dietro al bar. Gli ha detto che finchè non torna lei, lui deve sostituirla.


Mi accorgo di sentirmi abbastanza solo, anche se nel tour de force di cose da fare e persone da incontrare mi riesco a ritagliare solo mezzoretta per me. Questa. Continua a leggere