il cuore è intelligente, pensavo.

Sul treno che mi porta da Brescia a Forli la temperatura è tropicale.
La gente pure. Attorno a me solo persone di colore.
Con la musica di Hope taglio in due la fitta nebbia della pianura padana.

Ho preso il regionale, 4 ore e mezzo.
Si ferma in tutte le stazioni, anche in quelle piccole.
L’ho scelto subito, senza esitazione, niente frecce rosse.

Sono venuto per salutare Francesco e la sua famiglia.
Volevo andarmene a piccoli passi, gli stessi piccoli passi con cui sto uscendo da questo dolore.

Brescia è molto più bella di quanto si pensi.
Il centro storico si snoda nella pulizia maniacale delle sue strade, nella sobrietà contenuta dei suoi addobbi natalizi, nel paragone azzardato di due cattedrali di tempi diversi.


Ieri notte ho fatto una passeggiata con Marco e Greta.
La città deserta e quell’aria di neve.
Il silenzio che cerco costantemente era a portata di mano.
Malinconico e sorpreso mi sono chiesto quante volte Fra abbia calpestato le stesse pietre.
I nostri tre silenzi sono stati dialoghi di anime.

Una ragazza dolce mi siede di fronte.
Ci siamo guardati da subito, appena saliti.
Ci siamo scambiati piccole cortesie, lunghe pause fra una frase e l’altra, io scrivevo ma notavo che mi osservava.
Forse non saprà mai che la osservavo anche io, senza guardarla.
Poi si è alzata, ha indossato il cappotto e ha tirato giù dallo scomparto sopra i sedili una borsa di tela.
L’ha fatto lentamente, come se non volesse andarsene, come se si aspettasse che dicessi qualcosa.
Non l’ ho fatto.
Ha abbassato la testa, si è voltata.
“Buon viaggio” e una risatina soffocata, mentre lo sguardo era già sulla porta.
Mi piace la timidezza, me ne innamoro sempre un po’.
L’ho vista andarsene e ho pensato che un’altra persona se ne andava dalla mia vita, che probabilmente non l’avrei più vista.

Entriamo e usciamo dalle vite degli altri, in modo frenetico e costante.
A volte lasciamo qualcosa, senza saperlo.

Mi è dispiaciuto vederla andare via.
Come mi è dispiaciuto lasciare la mamma di Francesco, la sera prima.

Il Mauri (il papà) ieri ci ha portato a cena fuori.
Il Mauri è un mito, non puoi non volergli bene.
Me lo ricorderò sempre a Parigi, abbracciato al direttore di Vogue Hommes parlare senza problemi in bresciano, mentre Francesco di lassù certamente sbraitava.

Abbiamo cenato in un ristorante sulle colline.
Dalla terrazza a picco sulla città gli occhi si riempivano dei bagliori sottostanti.
È una città molto illuminata, sembra l’albero di Natale del Rockfeller center di New York, nemmeno un centimetro quadrato al buio.

Il Mauri qui è di casa, lo si vede da come saluta le cameriere, da come mostra orgoglioso i lavori di ristrutturazione in corso.
Mi piace vederlo a casa sua.
Lo avevo visto a Parigi l’ultima volta, in quei giorni tremendi in cui cercavamo di realizzare ognuno la nostra nuova condizione di orfani.
Orfani di Francesco in una città che non ci apparteneva.
Anche un padre e una madre possono essere orfani di un figlio.
Perché l’amore quando è così potente ci fa diventare gli uni genitori degli altri.
Siamo generati e generanti.
E non è nemmeno essenziale appartenere alla stessa famiglia.
Il dolore rende famiglia.
Io mi sono sentito figlio, fratello, nipote e genitore nell’abbraccio di Anna, nel sorriso ironico di Ale, nello sguardo dolce di Laura, nella discussione sulla crisi di Mauri (Francesco direbbe “che peso…!”)

Anna mi ha stretto a sè, un secondo di più, una frazione di tempo piccolissima, con la quale ho capito in modo netto la diversità fra un abbraccio di saluto e un’accoglienza del cuore.

La mamma di Francesco è una donna straordinaria.
Misurata, gentile, ironica, accogliente.
Vorrei poterla fare ridere sempre, toglierle anche per poco quel peso infinito.
Io non posso nemmeno immaginare cosa deve essere per una madre perdere il proprio figlio, così giovane, così in salute, così bello.
Senza una ragione apparente.
Solo un cuore che smette di battere.
Il silenzio un attimo dopo.

Ho intravisto il loro rapporto da lontano, da quelle chiacchierate al telefono e dai sorrisi di Francesco nel farle.
Da una frase che mi disse una volta a Roma, dopo un pranzo con i miei genitori, la piccola Magdina e Marina, al mare.

Francesco era triste, senza una spiegazione, da tre giorni.
Nemmeno lui sapeva perché.
Lo mascherava bene, rise per tutta la durata del pranzo.
A me lo aveva confidato la mattina stessa, non capendo lui stesso che gli succedesse.
Era una settimana esatta prima che se ne andasse a divertirsi lassù.
Ho pensato poi che forse la sua anima aveva avvertito di doversene andare.
Era triste per noi, non per lui. Il dolore è solo di chi rimane.

Non so quando successe perché nè io nè Marina ci siamo accorti che lui e mia madre si erano messi a chiacchierare.
Mentre tornavamo a casa in macchina si è voltato verso di me.
“Certo che le mamme capiscono tutto”

Non ho chiesto nulla. Ho sorriso.

Credo che le madri siano una razza a parte, connesse fra loro da quell’esperienza mistica che è crescere una vita dentro sè, nutrirla e vederla intraprendere il suo cammino.
Ho un po’ di invidia per questo.
Credo che le donne sentano tutto di più, costituzionalmente.

                                             (paolo’s mamma)

Sono quasi arrivato.
La luce arancione dei lampioni entra di sorpresa dai finestrini appannati, a intermittenza costante.
Ogni bagliore scandisce il mio allontanamento.
È la stessa i intermittenza che avevo a Parigi. A volte la disperazione era tale che il cuore staccava. Passavo due o tre ore senza sentire nulla, anzi quasi sollevato.
Il cuore è intelligente, pensavo.

E proprio li che ho capito l’importanza di un respiro.
Quando anche quello sembra un’impresa.
Quando quello è la salvezza.

Mi fermo anche ora, a volte devo ricordarmelo razionalmente.
Chiudo gli occhi. Mi fermo da tutto quello che sto facendo o pensando.
E respiro.
La vita che entra.

E capisco che tutto quello che devo fare è fermarmi di tanto in tanto e ricordarmi che la vita è nell’attimo di un respiro.