Avevo ragione. (Capitolo 3)

Allo spazio 900 non c’è più spazio.
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Un orda di ragazzine hanno portato le loro
mamme al concerto di Emma Marrone.
Si perché
la cosa più assurda sono le mamme.

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Cenerella- behind the scene

Davanti al caminetto della casa in campagna dei miei mi ritrovo a dire uno dei tanti luoghi comuni di cui mi faccio fiero testimone nel mondo.
“com’erano più belli i cartoni animati di una volta”
Magda stesa su divano si fa coccolare, vedendo per la trentesima volta Cenerentola.

La compulsione della sua età io me la sono portata avanti tutta la vita.
Ho cominciato con Roobinhood e Little John e ho proseguito focalizzandomi di tanto in tanto su un film, una canzone, fino allo sfinimento.

Ho avuto il periodo dirti dancing, in cui anche alla lattaia fieramente dicevo
“nessuno mette babe in un angolo”

La mia lattaia di Forlì si chiama Renza.
La Renza, ci penso solo ora, è il maschile di Renzo.
Credo che sia l’unica ad avere questo nome.
È rossa, ammiccante e mi ricorda la tabaccaia di “Amarcord” di Fellini.
Quel genere di donna di cui le altre donne temono il potere, dalla quale non mandano i mariti a fare spesa.

Certo non avrebbe interpretato Cenerentola, forse la matrigna.
E io ho sempre tenuto per la matrigna.

Cenerentola è l’antesignana delle punkabbestia.
Si veste di stracci, ruba vestiti anche alle sorelle, vive fra i topi e piccioni e si fa evidentemente di acidi, tanto da sentire le vocine di presunte fate o spiriti, scambiare una zucca per una carrozza e ritrovarsi miseramente per terra allo scadere dell’effetto allucinogeno.
Nella storia sembra che l’effetto le sia finito all’incira verso mezzanotte.
Calcolando che per una dose standard (che varia dai 50 ai 100mg) di mdma la durata è stimata dalle 8 alle 10 ore, la Cene ha cominciato a darci giù di brutto verso le 2 di pomeriggio.

Dicono che sono cartoni animati educativi.
Forse li producono in Colombia.

Comunque Magda mi sembra bella presa della storia, dovrò controllarla parecchio appena sfora nell’adolescenza.

Qui in campagna sono proprio rilassato.
Nel paesino non c’è nulla, mi sono rifiutato di venirci per anni.

Una chiesetta in pietra serena grigio blu, come il mio divano di Roma, al centro di tutto, le terme che sanno di zolfo che l’abbracciano tutto intorno, i monti come cornice, le storie degli gnomi come attrazione.
A Bagno di Romagna un signore giura di aver visto gli gnomi.
Ci parla, li insegue per i boschi, lo racconta al Maurizio Costanzo show.
Da allora i negozietti di souvenir si sono riempiti di elfi e fatine e il percorso salute che scavalcava la collina ha avuto l’upgrade in “cammino degli gnomi”.
Qualcuno o gli gnomi (da verificare) lascia caramelle lungo il sentiero per i bambini.

Perché se nel resto del mondo ti insegnano a non accettare caramelle dagli sconosciuti, qui ti spiegano che vanno bene pure quelle lasciate per terra da esseri non meglio identificati.

Una volta avevo bisogno di stare costantemente nel rumore, nel casino.
Avere mille impegni, occupare scientificamente ogni istante libero, con la maestria di un manager e la precisione di uno svizzero.
Penso di essere stato all’inaugurazione di qualsiasi cosa.
Dal festival del cinema al “paradiso a 4zampe,toletta per cani”.
Frenesia sociale, tanti “ciao come stai?” e poco interesse alla risposta.
Ora pochi incontri, sempre interessanti, tutti in profondità.

Sono più coraggioso di una volta.
Il termine coraggio ha nella sua etimologia il termine cor, cuore.
In origine questo termine serviva per raccontare la storia di chi sei con tutto il tuo cuore.
E per raccontare la nostra storia è necessario aprirsi alla vulnerabilità, scoprirci nelle nostre debolezze, trasparire nella nostra fragilità, ci vuole cuore.
E questo poco si accorda con una bulimia sociale.

Poi è successo quello che è successo.
Mi sono scoperto, non ho avuto alternativa.
E nell’espormi fragile ho trovato la mia forza.

Ho capito fisicamente che questa vulnerabilità ha un potere infinito.
Prima addormentavo in qualche modo le mie ansie, le mie paure, non mi fermavo mai.
Ognuno di noi lo fa.
Ma purtroppo l’anestesia delle emozioni non è selettiva.
Non puoi assopire la vergogna, il senso di inadeguatezza, la paura senza allo stesso tempo addormentare la gioia, la creatività, l’entusiamo.

Poi mi è capitato che tutto si è aperto. Sono stato in silenzio.

(Rocco Talucci photographer)

Paradossalmente quelle paure, quel dolore che non volevo sentire hanno squarciato la mia coscienza, ma da quel varco è uscito anche tutto il resto.

Sto imparando a convivere con questa mia vulnerabilità così evidente, con queste emozioni che a volte non riesco a controllare.

Massimo e Marco mi hanno regalato un libro.
È il mio blog, stampato, rilegato con cura, con tanto di copertina, copia unica.
Mi scuso già da qui, ma quando l’ho aperto mi sono messo a piangere stile fontana.
Ridicolo.
Ho provato in ogni modo a trattenermi, mi è stato impossibile.
Una figura tremenda, tanto più che Massimo è il primo giornalista che mi ha intervistato in vita mia, ai tempi defilippiani.
Una volta mi sarei trattenuto alla grande, avrei ringraziato gentilmente.
Oggi non posso più farlo.
Mi vergogno un po’ di essere così fragile, ma allo stesso tempo ringrazio di poter sentire così forte quello che mi capita attorno.
Di potermi commuovere non tanto per il regalo (che però è stupendo), ma per la gentilezza del pensiero di chi lo ha fatto.

Ora ho trovato il coraggio di essere imperfetto, di avere compassione per me stesso e di conseguenza con il mondo, di trattarmi bene nonostante la mia piccolezza.
Sto trovando la mia autenticità, abbandonando il mio ideale di me per essere me stesso fino in fondo.
Credo che questo sia l’unico modo che ho per entrare in connessione con gli altri.
E nella connessione vedo l’unico vero scopo di questa vita.

Ora sono più forte che mai.

Credo che ora tutto stia per funzionare.
Perché a volte funziona, a volte capita.

“Quand’è che capita, Kit? Quando capita davvero? Fammi un esempio di una a cui ha funzionato”
“Vuoi un esempio?Vuoi che ti faccia un nome? Oddio che ossessione sono i nomi. Vuoi un nome?….Quella gran culo di Cenerentola!” (cit Pretty Woman)

Dopo in soggiorno coatto a San Patrignano la signorina Cenerentola è riuscita a uscire dal tunnel degli stupefacenti.
Convolata a giuste nozze con il signor Principe Azzurro ha preso il suo cognome, il castello e l’enorme dote.
Cenerentola Azzurro passò alla storia per la conturbante relazione extraconiugale che intesse col padre di Principe, noto alcolizzato.
Vive sempre fra i topi.

Magda tutto questo lo saprà molto più in là.

P.S. tanto per sottolineare quanto in famiglia possiamo essere ossessivo-compulsivi, questa è la seggiola dalla quale Magdina si guarda il suo cartone animato preferito…

il cuore è intelligente, pensavo.

Sul treno che mi porta da Brescia a Forli la temperatura è tropicale.
La gente pure. Attorno a me solo persone di colore.
Con la musica di Hope taglio in due la fitta nebbia della pianura padana.

Ho preso il regionale, 4 ore e mezzo.
Si ferma in tutte le stazioni, anche in quelle piccole.
L’ho scelto subito, senza esitazione, niente frecce rosse.

Sono venuto per salutare Francesco e la sua famiglia.
Volevo andarmene a piccoli passi, gli stessi piccoli passi con cui sto uscendo da questo dolore.

Brescia è molto più bella di quanto si pensi.
Il centro storico si snoda nella pulizia maniacale delle sue strade, nella sobrietà contenuta dei suoi addobbi natalizi, nel paragone azzardato di due cattedrali di tempi diversi.


Ieri notte ho fatto una passeggiata con Marco e Greta.
La città deserta e quell’aria di neve.
Il silenzio che cerco costantemente era a portata di mano.
Malinconico e sorpreso mi sono chiesto quante volte Fra abbia calpestato le stesse pietre.
I nostri tre silenzi sono stati dialoghi di anime.

Una ragazza dolce mi siede di fronte.
Ci siamo guardati da subito, appena saliti.
Ci siamo scambiati piccole cortesie, lunghe pause fra una frase e l’altra, io scrivevo ma notavo che mi osservava.
Forse non saprà mai che la osservavo anche io, senza guardarla.
Poi si è alzata, ha indossato il cappotto e ha tirato giù dallo scomparto sopra i sedili una borsa di tela.
L’ha fatto lentamente, come se non volesse andarsene, come se si aspettasse che dicessi qualcosa.
Non l’ ho fatto.
Ha abbassato la testa, si è voltata.
“Buon viaggio” e una risatina soffocata, mentre lo sguardo era già sulla porta.
Mi piace la timidezza, me ne innamoro sempre un po’.
L’ho vista andarsene e ho pensato che un’altra persona se ne andava dalla mia vita, che probabilmente non l’avrei più vista.

Entriamo e usciamo dalle vite degli altri, in modo frenetico e costante.
A volte lasciamo qualcosa, senza saperlo.

Mi è dispiaciuto vederla andare via.
Come mi è dispiaciuto lasciare la mamma di Francesco, la sera prima.

Il Mauri (il papà) ieri ci ha portato a cena fuori.
Il Mauri è un mito, non puoi non volergli bene.
Me lo ricorderò sempre a Parigi, abbracciato al direttore di Vogue Hommes parlare senza problemi in bresciano, mentre Francesco di lassù certamente sbraitava.

Abbiamo cenato in un ristorante sulle colline.
Dalla terrazza a picco sulla città gli occhi si riempivano dei bagliori sottostanti.
È una città molto illuminata, sembra l’albero di Natale del Rockfeller center di New York, nemmeno un centimetro quadrato al buio.

Il Mauri qui è di casa, lo si vede da come saluta le cameriere, da come mostra orgoglioso i lavori di ristrutturazione in corso.
Mi piace vederlo a casa sua.
Lo avevo visto a Parigi l’ultima volta, in quei giorni tremendi in cui cercavamo di realizzare ognuno la nostra nuova condizione di orfani.
Orfani di Francesco in una città che non ci apparteneva.
Anche un padre e una madre possono essere orfani di un figlio.
Perché l’amore quando è così potente ci fa diventare gli uni genitori degli altri.
Siamo generati e generanti.
E non è nemmeno essenziale appartenere alla stessa famiglia.
Il dolore rende famiglia.
Io mi sono sentito figlio, fratello, nipote e genitore nell’abbraccio di Anna, nel sorriso ironico di Ale, nello sguardo dolce di Laura, nella discussione sulla crisi di Mauri (Francesco direbbe “che peso…!”)

Anna mi ha stretto a sè, un secondo di più, una frazione di tempo piccolissima, con la quale ho capito in modo netto la diversità fra un abbraccio di saluto e un’accoglienza del cuore.

La mamma di Francesco è una donna straordinaria.
Misurata, gentile, ironica, accogliente.
Vorrei poterla fare ridere sempre, toglierle anche per poco quel peso infinito.
Io non posso nemmeno immaginare cosa deve essere per una madre perdere il proprio figlio, così giovane, così in salute, così bello.
Senza una ragione apparente.
Solo un cuore che smette di battere.
Il silenzio un attimo dopo.

Ho intravisto il loro rapporto da lontano, da quelle chiacchierate al telefono e dai sorrisi di Francesco nel farle.
Da una frase che mi disse una volta a Roma, dopo un pranzo con i miei genitori, la piccola Magdina e Marina, al mare.

Francesco era triste, senza una spiegazione, da tre giorni.
Nemmeno lui sapeva perché.
Lo mascherava bene, rise per tutta la durata del pranzo.
A me lo aveva confidato la mattina stessa, non capendo lui stesso che gli succedesse.
Era una settimana esatta prima che se ne andasse a divertirsi lassù.
Ho pensato poi che forse la sua anima aveva avvertito di doversene andare.
Era triste per noi, non per lui. Il dolore è solo di chi rimane.

Non so quando successe perché nè io nè Marina ci siamo accorti che lui e mia madre si erano messi a chiacchierare.
Mentre tornavamo a casa in macchina si è voltato verso di me.
“Certo che le mamme capiscono tutto”

Non ho chiesto nulla. Ho sorriso.

Credo che le madri siano una razza a parte, connesse fra loro da quell’esperienza mistica che è crescere una vita dentro sè, nutrirla e vederla intraprendere il suo cammino.
Ho un po’ di invidia per questo.
Credo che le donne sentano tutto di più, costituzionalmente.

                                             (paolo’s mamma)

Sono quasi arrivato.
La luce arancione dei lampioni entra di sorpresa dai finestrini appannati, a intermittenza costante.
Ogni bagliore scandisce il mio allontanamento.
È la stessa i intermittenza che avevo a Parigi. A volte la disperazione era tale che il cuore staccava. Passavo due o tre ore senza sentire nulla, anzi quasi sollevato.
Il cuore è intelligente, pensavo.

E proprio li che ho capito l’importanza di un respiro.
Quando anche quello sembra un’impresa.
Quando quello è la salvezza.

Mi fermo anche ora, a volte devo ricordarmelo razionalmente.
Chiudo gli occhi. Mi fermo da tutto quello che sto facendo o pensando.
E respiro.
La vita che entra.

E capisco che tutto quello che devo fare è fermarmi di tanto in tanto e ricordarmi che la vita è nell’attimo di un respiro.