Occhi dentro Occhi

Un po’ di anni fa un ragazzo straniero, tipo slavo, mi ha detto con fare arrogante scendendo da un autobus: “devi smetterà di guardare tutti male” in un accento improponibile, guardandomi storto. Poi si è voltato e si è disperso fra la gente con quel suo inutile giubbetto di jeans.
Prima reazione: desiderio di gridargli “torna al tuo paese a dare giudizi!”
Seconda reazione : desiderio di picchiarlo, dopo aver saggiamente notato che ero più grosso di lui.
Terza reazione: e se avesse ragione? E se fosse un messaggio che la vita mi sta mandando, tramite questo sconosciuto che probabilmente non rincontrerò mai più?

si dice babbo

Mi ritrovo a impacchettare vestiti. Un’altra valigia, un altro viaggio.
Sono sempre stato uno zingaro, raramente più di un mese nella stessa città.
Alcune cose ci sono connaturali. Io di natura mi sposto.
Mi piace dormire nella simmetria degli alberghi, mangiare nelle geometrie dei vassoi degli aerei. Mi danno una regola, un sistema.
Sono sempre stato così,  in movimento, curioso.
Un movimento fisico, continuo, incessante.
Forse ne ho bisogno per costringere la mia testa a procedere.
La mia testa è più pigra del mio corpo, ma queste due entità si stanno lentamente allineando.
Il mio viaggio non è una fuga. Almeno di questo sono sicuro.
Il mio viaggio è una sete.
Accetto qualsiasi lavoro/esperienza/proposta che mi permetta di vedere nuovi orizzonti.
Forse questo non dovrei dirlo o il mio prezzo sul mercato degli attori potrebbe scendere alla grande. Ma tant’è….
Ora so anche perché non ho problemi a viaggiare tanto, spesso da solo, spesso all’avventura.
Perché sono e sono stato tanto amato.
In primis dalla mia famiglia.
È questo che mi ha dato la sicurezza che anche camminando per le sconquassate strade di Bombay o le immense periferie di Los angeles io non lo facevo mai da solo.
Ho anche rischiato, sono un incosciente.
Uno di quelli che trovi sgozzati nelle favelas e alla notizia sul giornale commenti “beh però se l’é cercata”
Ma toccando ciò che si deve, per ora tutto é andato alla grande.
Di fatto in qualsiasi situazione mi sia trovato non mi sono mai sentito solo.
Sono stato un bambino molto amato in una famiglia che molto ama.
Siamo stati spesso associati alla famiglia del mulino bianco. Tranne per il fatto che al posto del Labrador che partorisce nella stationwagon noi avevamo un barboncino che un dalmata ci ha sbranato davanti agli occhi durante un picnic. Mia sorella è ancora in analisi.
A parte il barboncino sono stato davvero stramaledettamente  fortunato.
È stato un insegnamento costante e perfetto.
Nulla veniva spiegato ma agito.
“The best teachers are those who are what they teach”
(I migliori insegnati sono quelli che sono quello che insegnano)
Il mio babbo è esattamente questo.
Io volevo chiamarlo papà ma mia mamma era fissata che è meglio babbo. E così a scuola, già che mi sentivo sempre diverso da tutti, ero anche l’unico che aveva un babbo in mezzo a 25 papà.
Il mio babbo non mi ha insegnato nulla, ma vivendogli accanto ho imparato tutto.
E anche se siamo completamente diversi,
Se il mio interesse per le turbine che produce (credo che le produca, non ho mai capito bene cosa fa) è direttamente proporzionale al suo per le opere di Checov
Se la mia instabilità emotiva fa a pugni con le sue certezze granitiche
Se alla mia partecipazione al programma della de Filippi avrebbe preferito che spacciassi droga
Se spesso parliamo linguaggi incomprensibili fra loro
Se lo annoia tutto quello che mi diverte e viceversa
Se è preoccupato costantemente per il mondo che frequento
Io so che lui è uno dei punti più incredibilmente fermi della mia vita.
Un esempio di grandezza umana.
Mi accorgo solo ora che la canzone che ho scelto a caso (ma esiste davvero il caso?!?) si intitola ” some things never change”, come lui.
E così ho osservato la sua vita, la sua straordinaria apertura mentale, la sua capacità di non fermarsi al giudizio, ma di scavare dentro le cose e guardandolo ho assorbito.
E la cosa che in assoluto mi ha più formato è stata la sua reazione di fronte alle difficoltà, riscoprendolo nelle parole che credevo fossero mie.
Qualsiasi ostacolo per quanto grande, per quanto distruttivo è sempre un’opportunità, ha comunque un senso anche se incomprensibile nell’immediato ma che ha come finalità il nostro bene.
Un bene assoluto più grande di noi.
E con la certezza di questo bene mi ha buttato nel mondo.
E anche se questo è per molti un momento estremamente difficile e complesso sono certo che ci stia portando a un miglioramento globale.
Sono un uomo fortunato.
E sí questa è una dichiarazione d’amore per il mio babbo.
Certe cose non riesco a dirle.
Ma su queste pagine non ho filtri e con incoscienza seguo il filo diretto dei miei pensieri.
Grazie ba, sei un grande.
Ps un saluto anche alla Pauline, il barboncino. Sei stato un grande cane e ci manchi.
Pauline era un barboncino da combattimento.
Io è mio fratello lo avevamo addestrato ad attaccare le caviglie delle vecchiette al comando ” tacca tacca Pauline”.
Momenti memorabili.
Dal giorno della tua scomparsa ogni volta che guardiamo “la carica dei 101” facciamo il tifo per Crudelia. Mi sembra il minimo.

liberi tutti.

Mi risveglio avvolto dalla nebbia.
Abitando a Roma non ci ero più abituato.
Ogni tanto fa bene tornare da mamma e papà. La Romagna mi accoglie con la miope visione di una natura rarefatta.
Un po’ questo biancore confuso che disperde i contorni delle cose mi mancava. Cancella gli angoli.


Al posto di Viola trovo la colazione di Valeria, a casa. È un sacco che non facevo colazione a casa.
La tavola apparecchiata, il pane appena sfornato, le marmellate fatte in case, profumo di caffè, davanti alla vetrata che dà sulla piscina.


La famiglia del mulino bianco.
Così i miei amici di Roma hanno definito casa mia, la prima volta che sono venuti a trovarmi.
Gli altri già così la chiamavano.
E in effetti manca solo il Labrador che partorisce senza sporcare nulla sui sedili posteriori della stationwagon.
Il resto c’è tutto.
Mamma e papà che si amano da infiniti anni (quest’anno fanno i 35…) e insieme affrontano tutto, una squadra molto affiatata che si compensa nelle diversità.
Un unione perfetta che ovviamente mi crea un enorme senso di inferiorità! (non per niente sono stato in analisi)

Sono stati l’uno il primo amore dell’altra, insieme ne hanno passate di tutti i colori.
Di questi colori io ne sono stati parecchi.
Siamo quattro fratelli.
Poi non contenti ne hanno adottata una quinta, from Marocco with love!

Mia madre fa parte di un’associazione che accoglie bambini che hanno subito violenze dalla famiglia d’origine o che comunque non sono in grado di crescerli per il momento e li “custodisce” durante il periodo del processo.
Già togliere un bambino alla famiglia è traumatico. Se poi lo inserisci in un istituto, privo di quel calore umano indispensabile, a maggior ragione in quel tipo di situazioni, il danno può essere serio. Vengono così selezionate delle famiglie che hanno già dei figli, in modo che non si crei quell’attaccamento viscerale di chi non riesce ad avere figli naturali. Perché questi sono affidi temporanei e in base all’andamento del processo normalmente si procede al reinserimento nel tessuto familiare d’origine. A volte peró le famiglie sono talmente disastrate che i bambini rimangono.

La Magdina è rimasta.

Prima di lei erano già passati per periodi da uno a due anni Sonia (italiana) e Wualid (arabo).
Mia madre, non riuscendo a dire il suo nome, lo chiamava Wind.
Mio fratello, essendo scemo, lo chiamava Dodi, in onore di Dodi Al-fayed.

Ognuno di questi bimbi è speciale.
Hanno una capacità di dare affetto talmente sviluppato da lasciare senza parole.
Hanno un desiderio di famiglia che commuove, che ti costringe a riflettere su quanto noi lo diamo per scontato.

Perchè solo quando hai un legame forte come quello di una famiglia sei davvero libero di andare.

Sonia a tre anni chiese a mia madre di farle delle foto, primopiano del volto. Volle ritagliarle. Poi andò per tutta casa e attaccò la sua faccina in tutte le foto di famiglia sparse per casa.

Il nostro desiderio di appartenenza, il bisogno di un punto di riferimento saldo, ce lo portiamo avanti dalla nascita.
È istinto. Fa parte di noi.

Hanno girato anche un documentario su questa esperienza di affido.
I miei genitori intervistati.
Il documentario è finito al festival di Cannes.
Cioè mia madre, casalinga, è finita a Cannes prima di me (devo tornare in analisi).

Ovunque ho vissuto nel mondo ho ricreato una mia famiglia.
Non ne posso fare a meno.
Non sono un solitario, anche se questo mi darebbe un’allure più sofisticata.
Ho il pilota automatico in questo, mi bastano pochi giorni.
Sono un crea famiglia supersonico.
I miei amici dicono che dovrei vivere in una comune.
E infatti il mio sogno è quello di comprare un intero palazzo di Roma con vari appartamenti e un grande terrazzo comune. E sistemarci tutti quelli che amo.
Melrose Place mi ha rovinato.

Mi ricordo che durante le riprese del film “penso che un sogno così” vivevamo tutti sotto lo stesso tetto in una splendida villa in toscana.
Lavoravamo tutti i giorni tutto il giorno, spinti da un entusiasmo incredibile.
È stato uno dei periodi più belli della mia vita.
E il momento della giornata che preferivo era la colazione.
Si scendeva alla spicciolata nella grande cucina al piano terra.
Un tavolo di marmo lunghissimo, l’odore del caffè, dei biscotti del forno.
Salutarsi, stropicciarsi, ridere.
Iniziare la giornata così era magico.
Mi riempivo di quel momento, me lo portavo avanti tutto il giorno.

“Cheffai?”
La Magdina col suo vestitino rosso prenatalizio mi guarda.
” Scrivo”
Le sorrido.
“Senti, adesso smetti di scrivere tutte queste sciocchezze e giochiamo a nascondino,capito?”

Mi darà filo da torcere questa ragazzina.
Scusate devo andare.

1, 2, 3, 4, 5 … Chi è fuori è fuori,chi è dentro è dentro…