mini-me.

Abitare a Trastevere significa essere qualcosa, appartenere a un’idea.
Se abiti a Trastevere non compri la verdura al supermercato, vai alle bancarelle di piazza San Cosimato.
Ci sono circa 10 banchi.
Quando ti trasferisci in questo quartiere, scegli il tuo banco.
È un po’ come le contrade di Siena.
È un po’ come un patto di sangue.
È una questione di fede.

Io ho scelto la Mary.
All’inizio andavo da Carlo, ma poi la Stefaniadesantis mi ha intimato di scegliere la Mary.
E avendo di fatto paura di Stefaniadesantis, che per altro è una super-esperta di cucina e cinema, ho tradito Carlo e mi sono affiliato al clan della Mary.
Stefaniadesantis su questo argomento detta legge.
Quando vai a mangiare a casa sua sai già che nulla sarà ordinario.
L’olio prima spremitura a freddo del frantoio del cugino di suo zio, il pepe di Caienna portato da un amico viaggiatore, il latte appena munto e non trattato, le spezie che…che ne so, le avrà trovate in un galeone affondato nel seicento! Nulla, ma dico nulla è normale. Ne sei consapevole già quando ti siedi a tavola. Quindi, al suo imperativo “passa alla Mary”, ho abbassato gli occhi e mi sono votato al tradimento.
Carlo quando passo mi guarda storto e con un”Ciao Pa’” che odora di “Cosa ti ho fatto di male?” mi vede andare mogio mogio al banco successivo.
Ogni volta provo un senso di colpa infinito e mi chiedo “Ma con tutti i sensi di colpa che uno ha già di default da quando nasce, posso averci pure quello per il tradimento della verdura?”
La risposta è sì.
La Mary però me fa “ripija” immediatamente.
Ovviamente, oltre ad avere la verdura migliore che produce lei stessa e che quindi finisce quasi subito, è lei stessa un personaggio. Fellini le avrebbe fatto firmare contratti per ognuno dei suoi film.
Bella pacioccona, ha quel sorriso delle persone che mangiano bene. Gli occhi brillano, anche di prima mattina, quando le persone normali piuttosto che sentirti parlare ti infilerebbero un cavolfiore in bocca.

Anche stamattina in tuta e senza calzini, atto di devozione a un sole incredibile, sono uscito di casa. Mi accolgono al banco i suoi 32 denti.
E per la prima volta mi accorgo che nella mano destra le mancano due dita. Non ci avevo mai fatto caso. L’anulare e il medio. Cioè…la Mary va in giro e fa le corna. A tutti. E nessuno può nemmeno sentirsi offeso.
È stupendo! Brava Mary!

Le malformazioni non mi hanno mai scioccato, ma sempre incuriosito.
Sono solo sottolineature più marcate di quanto siamo diversi fra noi. E di quanto allo stesso tempo siamo uguali.
Sono dettagli, spesso difficilissimi da sopportare, ma comunque dettagli.

Da piccolo avevo un problema genetico. Non crescevo. Ero piccolissimo. Un mini-me.
Mio fratello minore mi superò di due centimetri quando cominciai le elementari. Lui all’asilo.
Un affronto terribile.
Ero talmente ossessionato dall’altezza che cominciai a tenere un diario. Copertina rossa e una scritta in oro:”diario”, il modo migliore per spingere un estraneo a leggerlo.
Ero un genio già da piccolo.
Dentro una linea nera a metà libretto. Da una parte tutti quelli più bassi di me, dall’altra quelli più alti. Annotavo nome, cognome, professione e altezza. Una metà era fitta fitta di nomi, a volte foto.
Nell’altra solo Danny DeVito.
Ero talmente stufo del detto della botte piccola che i mie mi portarono da un professorone di Bologna che mi ricoverò all’ospedale Sant’Orsola. Reparto malattie genetiche.
Ho visto cose che voi umani….
Sono stato poco più di una settimana, ma è bastato a farmi passare la paranoia dell’altezza.
Ogni giorno prelievi e la notte ci attaccavano a questa macchina che noi bimbi chiamavamo”pompa”, che aspirava piccole quantità di sangue a intervalli regolari per dodici ore consecutive. La mattina il braccio in cui era inserito l’ago era grosso la metà dell’altro e di una sensibilità innaturale. Bastava toccarlo per provare un dolore lancinante.
Il mio babbo dormiva con me nelle notti della “pompa” sdraiato piccolo piccolo, lui che è bello imponente, su quel lettino di ferro.
La mamma ci aveva provato la prima sera. Ma all’inserimento dell’ago gli infermieri dovettero assistere lei più di me.
In camera con me c’erano altri due bambini.
Una in realtà aveva 20 anni o forse più, ma era intrappolata nel corpo di una bambina di tre, massimo quattro anni.
Il suo corpo era regolare, in qualche modo perfetto.
Ma i suoi occhi tradivano l’incoerenza della sua malattia, essere post adolescenti e non arrivare alla finestra.

L’altra, ora posso dire così, era di colore.
Avevamo fatto amicizia e le nostre mamme avevano seguito il nostro esempio.
Rideva sempre, in quel modo unico in cui ridono le persone di colore, dal fondo della loro pancia, senza inibizioni, con quel contrasto irriverente fra i denti bianchissimi e la pelle scura. In più lei era nera nera, proprio nerissima.
Di notte, nel silenzio irreale dell’ospedale vedevo i suoi occhi, brillavano ad intermittenza come le lucciole ad agosto nella siepe della casa di Forli.
Era lì da parecchio tempo, molto più di me e conosceva tutte le infermiere per nome.
Il suo caso era molto più serio del mio, aggravato da alcune complicazioni che costringevano i dottori a prendere decisioni fondamentali per il suo futuro. Era sia uomo che donna. Ma si doveva decidere quale sessualità definitiva conferirgli.
Un giorno confidò al dottore che si era innamorata di me. Cose da bambini, di poco valore.
Non per lei.
I dottori decisero di consegnarla alla vita come donna. Sicuramente avevano anche altri elementi, studi, analisi. Ma uno degli elementi ero io. Ho sempre avuto un senso di responsabilità nei suoi confronti.

Non l’ho mai più rivista.

Ho fatto iniezioni di genatropin (ormone della crescita) sulla schiena tutti i giorni per tre anni e sono arrivato alla dignitosissima altezza di un metro e ottanta. Assolutamente normale, anzi leggermente sopra la media. Mio fratello è comunque un metro e novanta, ma negli anni ho imparato a dire “sti cazzi”.

Sono certo che tu sei diventata bellissima, lo eri già da piccolina.

Spero solo che ovunque tu sia, stia vivendo con quello stesso sorriso di pancia e con le lucciole di agosto della siepe di Forlì negli occhi il tuo contrasto in bianco e nero.

Annunci

15 thoughts on “mini-me.

  1. 🙂 Questa volta, con questo tuo intimo spaccato di vita, caro Big Star, dalla tua rispettabile altezza 1,80, sei riuscito a farmi sentire piccolo piccolo e credo non solo a me.

    Visto che sono alto come tuo fratello… considerala una bella e meritata rivincita!

    Sei sempre speciale in tutto quello che scrivi e che vuoi condividere con il mondo… la tua vita ti ha riservato tesori preziosi e rari, tesori che custodisci, valorizzi e osservi, anche se alcuni, quelli a cui si tiene di più a volte ci vengono sottratti troppo presto.

    Credo che anche tu saresti stato scritturato in ogni film di Fellini e visto che ho imparato a conoscerti un pochino, sicuramente non per un personaggio secondario…

    Hello Big Star … anche se ti sei dimenticato di dirci che verdura hai preso e che ti sei cucinato 🙂

  2. La tua scrittura cattura…ironico, vero e semplice!
    Un racconto personale e ricco di particolari/dettagli che appasionano il lettore e lo incollano alle tue perole.
    Complimenti!

  3. Sembrava un post scanzonato, tanto che all’inizio mi hai fatto ricordare quando, da bambina, andavo al mercato coperto con la nonna (allora vivevo a Trieste) e c’era sempre in lei una certa soggezione ogni qual volta decideva di cambiare banco. Quando scrivi: «Ma con tutti i sensi di colpa che uno ha già di default da quando nasce, posso averci pure quello per il tradimento della verdura?» m’immedesimo solo che al posto della “verdura” scrivici “parrucchiera”. Perché si è perseguitati dai sensi di colpa quando si sceglie una parrucchiera diversa dalla solita? O meglio, perché i sensi di colpa preventivi ci obbligano a non cambiarla? 😯

    Poi, andando avanti con la lettura, il post è diventato serio, profondo, una riflessione bella come sei solito fare. Ora capisco perché hai un animo così gentile e riesci a trasmettere così tanto di te attraverso i tuoi racconti. Non tutti ci riescono: molte volte dietro le parole non si legge altro, ma le tue nascondono un cuore grande e generoso.

    Grazie! Ero un po’ giù, ora mi sento meglio. Che tu abbia dei poteri terapeutici? 🙄

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...