my violet girl

Eleni aveva voglia di parlare.
Maglione viola, maglietta viola, panta collant viola, stivali viola, cinturina sottile viola, cerchietto viola, occhiali con lente sfumata viola.
Credo che il suo colore preferito sia il verde.

Ho aperto tre volte il mio libro, giocherellato con il segna pagina in metallo, fatto orecchie alle pagine.
Ho tentato di far capire che il libro che avevo fra le mani mi interessava molto.

Niente. Eleni aveva voglia di parlare.
Seduta di fronte a me sul treno che mi riporta a casa si è presentata sorridendo, lasciandomi spalle al muro senza possibilità di fuga.
“Mi chiamo Eleni, mia mamma adorava Sentieri, non so se tu sai cos’è, perché è una soap vecchia”
“Sono vecchio quanto quella soap Eleni, ma li porto bene. Piacere Paolo”
” Ah dai, te ne davo di meno. Credevo che studiassi”
“Ai tempi di Sentieri studiavo…”
” Io amo impastare invece. Tutto. Il pane, le torte, le focacce, ma la cosa che amo di più è la pasta all’uovo. Le mie coetanee non lo sanno fare, ma io sai, faccio l’aiuto cuoca. E voglio fare la pasticciera. O la pasta all’uovo”

Mi sono detto: auguri,sara’ un viaggio lungo…
Ho chiuso il libro che avevo molta voglia di leggere e mi sono settato sulla modalità chiacchiera futile.
Sbagliando.
Sbagliando per due motivi.

1 perché non sono state chiacchiere. Io non ho aperto bocca. Due ore di monologo senza alcuna interruzione nè pausa. Degna della più grande tradizione teatrale classica.
2 perché non sono state affatto chiacchiere futili.

Quando Eleni ha visto che rinunciavo alla mia lettura ha abbandonato Sentieri e la pasta all’uovo e ha spalancato la sua vita. Mi ha parlato come fossi un amico di vecchia data, tralasciando di spiegarmi chi fosse Michele, Dylan, Cinzia o il don che l’ha portata in gita a Roma, che cosi non si era mai divertita tanto, che la sua amica però non è potuta andare con lei, che peccato facciamo tutto insieme di solito, e aggiungendo dettagli luoghi e persone come fosse normale che io li conoscessi.
Io l’ho seguita così senza interrompere, come se conoscessi Michele o il don, riagganciando più tardi pezzi sconnessi e persone citate.
Non ha mai preso fiato, il suo racconto sempre più concitato.
Ha diciotto anni, sorride sempre e qualche volta si commuove.
Le scende una lacrima quando parla della mamma che ha perso all’età di undici anni.
Una mamma che ammira tanto e sente vicino a lei ogni giorno, nelle piccole cose.
Quando fa qualcosa di buono o vede qualcosa di bello.
Parole sue, che riporto fedelmente. Parole mie che avevo già scritto prima. Parole di tutti.
La mamma aveva una malattia, me l’ha spiegata con termini tecnici che non avevo mai sentito e che stridevano con la semplicità della persona che le pronunciava.
“Scusa Eleni ma sono ignorante, questi nomi non so che significhino!”

La mamma durante la gravidanza ha dovuto fare una scelta.
O lei o la figlia.
Me lo dice senza retorica, senza senso di colpa, senza la ricerca di una lacrima. Piena di amore.

Quando la mamma se n’è andata è stata affidata a una famiglia, che ha molto amato.
Ha compiuto diciotto anni pochi mesi fa e ora deve cavarsela da sola.
Non ho capito bene perché mai a diciottoanni, se sei in affido, devi uscire di casa. Lei così mi dice.
“Mio papà fa il camionista, non lo vedevo quasi mai. A volte il weekend. Ora ho recuperato il rapporto piano piano. Ora gli voglio molto bene. Gli ho detto che non faccia lo stupido, che io ho solo lui ora”.
Me lo dice con una delicatezza e una semplicità che arrivano dritto al cuore, lo spalancano e ne fanno uscire di tutto.
Me lo dice con gli occhi dei diciotto anni, pieni di speranza e di paura.
E’ un regalo, me lo sta facendo mentre dai finestrini scorrono immagini di una natura incantata.
Mi sembra quasi che il paesaggio si adegui alla sua purezza.


Vorrei dirle che anche io ho perso una persona cara, che quella paura della solitudine la conosco bene, che quella ferita che non passa ce l’ho pure io, nascosta dietro il mio maglioncino firmato e l’atteggiamento sicuro.
Non dico nulla invece, sorrido e la lascio parlare.
È il suo momento questo.

Siamo seduti uno di fronte all’altra.
Nel sedile accanto a lei, la mia valigia da cui esce la foto di Francesco che mi ha appena regalato Laura, sua zia.
È un collage di sue foto, ne sbuca solo una però. Fra che mi fa l’occhiolino. Rido.
Siamo in tre in questo scompartimento.
Ok ok  Fra, la lascio parlare e mi metto da parte.

Ora vive in una comunità, fa l’aiuto cuoca. La situazione è un po’ pesante a volte, mi dice.
“Ma io ho ricevuto e ricevo così tanto affetto che devo ringraziare ogni giorno.”
Io la guardo ammirato.

Ha la pelle perfetta, compatta e rosa. Due occhi nocciola e un sacco di viola dappertutto.
I denti piccolini e bianchi, quell’attenzione ai dettagli che hanno le ragazze.
Ama Dylan, il suo fratellino. Non hanno relazioni di sangue ma sono stati affidati alla stessa famiglia per un periodo.
Dylan ha sette anni, la chiama e le chiede di stare un po’ insieme, di non scordarsi di lui. Ogni volta che lo va a trovare con le sue amiche si presenta dicendo che è il fratello di Eleni, lo specifica come prima cosa.
Lei me lo racconta mentre il suo viso si dipinge di tenerezza e orgoglio.
L’appartenenza a un’altra persona che ti identifica, ti rende persona.
Due anime, due sconosciuti che diventano fratelli perchè la vita glielo chiede. E loro che accettano.

Eleni mi guarda innocente e fa una smorfia mentre butta lo sguardo fuori.
Dei ragazzi nel corridoio del nostro vagone cantano una canzone imitando gli acuti di Renga
“….e tutto il dolore che grida dal mondo diventa un rumore che scava profondo nel silenzio di una lacrima”.
Poi ridono. Lo facciamo anche noi, resi intimi dalla confidenza.

La mia vita si mischia di lacrime e risate senza soluzione di continuità.
Sto cominciando a pensare che siano la stessa cosa, ingredienti necessari e perfetti alla ricetta della vita.
Basta solo imparare a dosarli bene.

Eleni è arrivata.
Si carica il suo zainetto viola sulle spalle. Ci pigia dentro tutti i suoi sorrisi, la sua solitudine, la sua pelle trasparente, le sue paure, le sue mamme, la sua voglia di fare la pasticcera, i suoi ricordi, i suoi desideri e un pezzetto di me.

“Ti aggiungo su facebook.”
“Spero che tu lo faccia presto. In bocca al lupo per tutto Eleni. Ah, di cognome faccio Stella, che se no come mi trovi?”
“Ahaha che stupida. Bello mi piace il tuo cognome!”

Si alza e l’abbraccio. Le dò un bacio e la vedo scendere la scaletta del treno. Mi saluta dal finestrino.

Rimango da solo, con la foto di Fra che mi fa l’occhiolino. Anche sto giro avevi ragione tu. Ma come vedi sono sempre più bravo a stare zitto, ascoltare e riconoscere il prezioso regalo incartato di viola che la vita mi ha messo di fronte anche oggi.

La settimana scorsa ho ricevuto una critica per questo blog, che mi ha fatto molto male. E molto riflettere.
Sulla necessità o meno di condividere quello che mi era successo, il mio dolore e le mie risate. Come se stessi “sfruttando” quello che è successo per attirare attenzione. Non ci ho dormito per due giorni. Ho pensato di non scrivere mai più.

Poi la vita mi porta davanti Eleni che condivide il suo di dolore e mi fa un regalo enorme. Che mentre se ne va mi saluta con la mano e mi innonda di una tenerezza che mi accompagna ancora adesso nel mio di viaggio.

Apro il libro che avevo molta voglia di leggere. E’ proprio vero che la vita risponde a tutto. Sempre.

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17 thoughts on “my violet girl

  1. ho gli occhi lucidi..ecco.. è difficile parlare a una persona che non conosco (tu)
    voglio solo dirti che mi piace il tuo blog, mi piace davvero. Grazie

  2. Avere il coraggio di guardarsi dentro e poi con semplicità negli occhi le persone, non vuol dire “mettersi in mostra”, ma piuttosto aver conosciuto e vissuto l’Amore. Quel vero Amore che non ha confini, volti, forme, tempi e luoghi… quell’Amore che non è ne passato, ne presente, ne futuro, ma che semplicemente è! Quell’Amore che fa essere, quell’Amore che fa dire Grazie… quell’Amore che ci fa capire che si è sulla strada giusta.

    Continua ad essere ciò che sei Paolo, una sorgente d’acqua limpida, fresca e pura.

    Notte Big Star… ormai questo è il nostro rituale e Grazie di cuore x la positività che ci trasmetti e aiuti a vivere … grazie anche a Fra, colui che ha dato vita a questo nostro “stare insieme”…

  3. è emozionante sapere che in un momento di solitudine ti ritrovi ad avere Amore con semplici parole da una persona che nemmeno conosci ma ti sembra di conoscere da una vita… la vita è starordinaria ed è bello viverla per questi incontri fortunati…

  4. Grazie, è bellissimo…mi sta colando il rimmel…ho bagnato la tastiera del pc con le lacrime….ma è così dolce è così pieno di vita…di gioia e dolore, paura e coraggio…..gli ingredienti necessari che ci vogliono per far maturare e crescere il chicco di grano perchè dia poi un buon raccolto….non può essere sempre sereno…o sempre grandine….ci vuole il vento, ci vuole l’acqua, ci vuole il sole…..
    son proprio contenta di averti letto….per puro caso nella bacheca del mio amico Max (Massimp Pandolfi)
    ciao
    a.

  5. Incontri (e storie) come questi fanno bene all’anima. Quanto alle critiche, non ti curar di lor … Io ho imparato a mie spese che chi critica (e offende) è solo invidioso. Il fatto che continui ad emozionare chi legge dovrebbe bastare per convincerti a non mollare.

    Stai leggendo “Bianca come il latte rossa come il sangue”? Ehi, amiamo lo stesso scrittore, Alessandro D’Avenia. Io sto leggendo “Cose che nessuno sa” ed è davvero una piacevole lettura.

    A presto.

  6. La sincerità e la sincerità nel voler condividere dovrebbero essere elementi sempiterni ed essenziali per Vivere.Ti condivido integralmente e cerco quotidianamente anch’io d’instillarmelo nelle corde vocali e nelle mani per poterlo scrivere. Bravo.

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