gli occhi di chi viaggia

Un tramonto giallo e azzurro cola sopra una lunga fila di pini marittimi blu mentre lascio Roma.
L’ho appena baciata, come la fidanzata alla stazione quando si parte per il militare, dalla cima del Gianicolo, insieme a Jack. La stessa amante per 2 fidanzati e nessuna gelosia. Abbiamo aspettato che la linea rosa scavalcasse gli ultimi palazzi, poi siamo saliti sulle nostre rispettive vite, sicuri si sarebbero incrociate nuovamente, presto.

Parto, sarà un caso, o forse no. Ma comunque vado “Far Far” con Yael.

E ora, imbottigliato sul raccordo, scrivo.
È la mia prima volta in macchina.
Ok ve l’ho servita su un piatto d’argento,fate pure la battuta.
Ne avevo parlato ieri con Emil, di questa eventualità. Partire venerdì 23 dicembre alle 16:30 non sarebbe stata una furbata.
Ma l’idea di mettermi in viaggio proprio quando i telegiornali ti spaventano col terribile bollino rosso del traffico m’investiva subito di quell’aurea di trasgressione e incoscienza un po’ Diabolik un po’ Siffredi. Non ci potevo rinunciare.

Mi piace guardare la vita degli altri dal finestrino. Ognuno nel suo microcosmo, nel suo piccolo mondo metallico diretto chissà dove.

Ho studiato per molti anni il metodo Stanislavskij- Strasberg, sia in Italia che in America.
Uno degli esercizi fondamentali si chiama ” momento privato”.
Tu sul palco, davanti a tutti i tuoi colleghi, tramite metodologie di rilassamento e concentrazione, ti crei una quarta parete al posto del pubblico e agisci come se fossi da solo, nella tua cameretta. Non ti devi fare distrarre da nulla, crearti un mondo tutto tuo.
L’esercizio dicono sia molto difficile, ci si riesce dopo anni.
Io sinceramente non ho mai avuto grossi problemi.
Il mio ostacolo più grosso è uscirne, subito dopo.
Io nel mio mondo ci sto proprio bene.
Mi sono accorto che me lo ricreo molto spesso anche nella mia quotidianità. Ma non è una fuga dalla realtà, è solo un momento di riflessione che mi prendo.

“How can you stay outside, there’s a beautiful mess inside”…la canzone di Yael che mi accompagna anche nei pensieri.

Cammino per strada, corro sul tapis roulant in palestra, sto in disparte a una festa ed entro nella mia fantasia. Con la controindicazione che numerose persone del mio quartiere pensano che io sia completamente fuso di testa, mentre parlo da solo o canto passeggiando per i vialetti di Trastevere.

È sempre stato così. Quello che mi capitava attorno era un pretesto per dare il via alla mente, permetterle di viaggiare.
Io in quei viaggi mi sono ritrovato.
Strano, sono in viaggio e parlo di un viaggio.

Proust diceva che “Il viaggio non è vedere nuovi posti ma avere nuovi occhi”.

Gli occhi cambiano con la vita, ti succede qualcosa e cominci a vedere.
E vedi oltre la forma, oltre il bisogno di misurare, oltre lo schema, oltre la convenzione.
Tutto comincia ad apparirti com’è, non più filtrato da quello che gli altri vorrebbero tu vedessi. (godetevi questi congiuntivi corretti, non capita spesso)

Sto cominciando a vedere.
Piano piano, gli occhi si devono abituare a questa luce, sono stati al buio per tanto.
Le persone che arrivano nella mia vita ci sono sempre state, mi mancava solo di incontrarle.
Trovo assurdo e magnifico sentirmi “a casa”con Jack, che ho incontrato due volte e con cui parlo della vita davanti a un brasato con patate in una piccola piazza raccolta di Trastevere. Che mi passa al telefono Ludovica, sua moglie, e mi accorgo che mi manca.
Trovo insensato e strepitoso ricevere la telefonata di Arianna da Fuerte dov’è andata a surfare e accorgermi che la conosco così poco e allo stesso tempo so tutto di lei, con quella confidenza data dal tempo che pero non c’è stato. Ma quella confidenza c’è.
Emil che mi chiede del mio viaggio mentre viaggia e torna  a casa, con quell’affetto che mi fa sentire importante. E ci mandiamo foto di soli, nei nostri rispettivi cieli.
Giorgia, Maria, Fabiana che attendono e so che stanno attendendo, come si aspetta qualcuno che deve tornare a casa. E io torno ragazze, non vi preoccupate.
Viola che oggi mi ha abbracciato per la prima volta, che mi ha detto che sono speciale. E mi ha fatto il regalo di Natale con il sorriso più grato che abbia mai visto.
Con Ludmilla, la signora che mi riordina casa che mi saluta dicendo”torna presto amore mio” e scoppiamo a ridere mentre la bacio.
Con Serse che ride su Skype mentre si prepara al trasloco, rompe catenine di croci, colleziona ciondoletti e ha un cuore sul letto senza nessun nome sopra. E che non vedo l’ora di abbracciare.

(areoporti in giro per il mondo)

Viaggio nella vita degli altri, mentre loro viaggiano nella mia.
Solo attraverso il loro viaggio io vedo il mio.
Siamo necessari agli altri, più di quanto crediamo.

“Il mondo è un libro e chi non viaggia legge solo la prima pagina” Sant’Agostino.

Fate quello che volete nella vostra vita, ma non privatevi di questo meraviglioso viaggio che è la vita degli altri. E vedrete la vostra.

Domani è Natale. Mi piace farvi gli auguri con questo video del mio amico Marco, che è proprio come lui, gentile, onesto, delicato. Che con pochi strumenti, una Roma incantata e una voce del cuore accarezza l’anima.
E a Natale questa carezza ci vuole.

un abbraccio. p

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13 thoughts on “gli occhi di chi viaggia

  1. Ciao Paolo, è sempre un piacere leggere il tuo blog, il tuo modo di raccontarti mi incanta…Ti auguro un felice natale, possa essere per te un viaggio di emozioni percorrendo le nostre vite. Un abbraccio di cuore, Fabrizio!!

  2. Stella, ti ho traditto per una settimana, non ho letto il tuo meraviglioso blog. adesso l’ho ripresso. 🙂
    baci, abbraci e buon natale da Atene!
    a presto…

  3. “Siamo necessari agli altri più di quanto crediamo”! SIII! A casa, in viaggio, sempre. Perchè lo slogan di questo Natale sia che “Nessun uomo è un’isola”. Ti ringrazio per il dolcissimo video che hai caricato, la carezza è arrivata e arriverà a chi lo ascolta. Auguri

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