tanto gentile e tanto onesta pare…

È appena calato il sole di questo weekend di fine novembre. A Roma è praticamente settembre. Oggi il brunch sul terrazzo di Giovanni lo abbiamo fatto in maniche corte.
Eravamo tanti, 15 con punte di 20.
Stare fra belle persone mi rigenera, meglio delle terme.
Tutto il weekend è stato un prendermi cura, non calcolato, di me.
Il divanone grigio-blu raccoglie i miei pensieri in un abbraccio di velluto, Arthur che suona Chopin spinge i miei pensieri oltre le mura di casa.
Respiro il caldo delle candele, che riscalda il mio spirito.
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Tre giorni di gentilezza.
Che bella cosa, la gentilezza.
È stata presente, in ogni momento, sotto tante forme.
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Questa mattina sono andato al vernissage di Gonzalo Orquin, a San Lorenzo.
Esponeva in quella che credo sia la sua casa.
Una bella idea, la casa si presta perfettamente.
E poi entri un pó meglio nel suo percorso artistico, nel suo mondo.
I suoi quadri mi piacciono, sono immediati, spontanei, gentili.
Sfumature di persone con sfumature di colori.
Piccoli gesti, piccoli sguardi delicati. E nel parlare di altri parla di lui.
Immediato, spontaneo, gentile.
Mi ha chiesto di posare per un quadro.
Ovviamente ho subito accettato, il mio ingombrante ego non mi avrebbe mai perdonato un rifiuto. Dice che vuole pensare qualcosa di speciale per me.
Mi piace l’idea di essere visto dagli occhi di un pittore, di capire cosa lui, in me, riconosce di sè.
Perché di questo sono sempre stato curioso.
Come gli altri mi vedono.
Come ognuno nel vedermi mette del suo.

A sentire le voci in giro sono all’incirca un centinaio di persone diverse.

Conoscere una persona, provare a capirla non è mai un gesto oggettivo.
Il nostro io si va a mischiare con quello dell’altro.
E dalla moltitudine di quello che siamo prende tutto ciò che è più simile a lui, tutto quello che riconosce, nel bene e nel male.
Per questo quando una persona mi sta sulle scatole dopo due secondi che l’ho conosciuta, parlo di quell’antipatia a pelle, ingiustificata, mi fermo un attimo a pensare.
Ah…tanto per non sembrare tipo l’illuminato con le gambe incrociate e gli occhi chiusi che non mangia per sei mesi pronto alla levitazione, un sacco di volte mi è successo di mandarle a cagare quelle persone.
Ultimamente invece, ma solo ultimamente, mi distacco per un attimo dal desiderio di attaccare e mi chiedo cosa mi dà così fastidio di una persona che non conosco affatto.
E mi diverto a capire in cosa mi riconosco, quale parte di me che non mi piace è presente tale e quale in quell’altro.
Mi piace da morire notare quanto la nostra piccola parte razionale, che disperata tenta di controllare tutto in realtà rimane sconfitta al confronto di un intuito, una ragione non-ragione che ci governa a nostra insaputa.
Mi piace da morire pensare che il nostro cervello sta nel corpo, nella pelle.
Che sentiamo senza capire, perché non ascoltiamo la piccola vibrazione di un sussulto alla vista di un altro essere umano, allo sfiorarsi casuale di due mani.
Il nostro corpo ci dice tutto, capisce tutto.
Basterebbe ascoltarlo, fare silenzio nel tumulto del cuore e accettare quell’immensa piccolezza che siamo.
E se questo sentire il brutto di un altro, che ci viene piuttosto facile, lo indirizzassimo a scoprire il bene comune che ci rende tutti uguali?
Se tutto il nostro impegno fosse rivolto a trasformare quell’antipatia irrazionale in un analisi più profonda del rapporto con l’altro?
Siamo tutti piccoli esseri, per lo più in difetto con la vita, che si barcamenano alla meno peggio per stare a galla.
Vedere questa difficoltà anche negli altri ti fa perdonare tante cose.
Ti fa pensare che arrabbiarsi è uno spreco di tempo, anche se a volte può risultare piuttosto gratificante. Ma a breve termine. Alla lunga è solo e comunque una perdita di tempo.
La gentilezza può sembrare un atteggiamento da deboli. Ed è una delle armi di difesa più incredibili di cui siamo dotati.
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Oggi su quel terrazzo c’era gentilezza.
Nel preparare le uova strapazzate e il bacon, nell’abbinare con coraggio fois gras, fagioli all’americana e sciroppo d’acero, mentre gli altri sfornavano i pancake, altri apparecchiavano in terrazza, altri chiacchieravano e ogni tanto con gentilezza chiedevano se serviva una mano.
Nel sedersi tutti intorno a un tavolo e chiedersi chi siamo.
Nell’apprezzare la voce di Emma, dolce e un po’ graffiata che assomiglia a un’attrice, ma non abbiamo ancora capito quale.
Nell’accoglienza di Giovanni, che unisce persone diverse, le rende un gruppo e poi in disparte, con gentilezza, le osserva.
Nel tramonto che un cilindro di 30 metri con una scala a chiocciola ha reso un de Chirico ai miei occhi.
Nello scodinzolare di Randa, la cagnolino di Alessia e Marco, che è tanto dolce da essere apostrofata “un po’ puttana”, perché chiede coccole a tutti e abbaia ai gabbiani.
Nel pomeriggio di una domenica di novembre in cui la gentilezza è stata la ventunesima invitata di un’allegra tavolata su un terrazzo di San Lorenzo.
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