leggimi la faccia

Stasera candele e Luca Bertelli.

Ho incontrato questo ragazzo oggi, in piazza della Minerva, dietro il Pantheon. Ed è da oggi che la sua musica e la sua storia mi accompagnano.

Sono sul mio divano grigio blu, vestito grigio blu.
Calzettoni svedesi e tè caldo. Fine pomeriggio di una giornata stupenda. L’aria era carica di energia positiva, e io di tutto questo sole ho bisogno.

Ogni tanto mi assale la nostalgia.
Si palesa senza invito e, come il peggiore degli invitati, è l’ultima ad andarsene, anche se tutti gli altri sono già tornati a casa.
Oggi mi ha fatto compagnia quasi sempre.
Abbiamo pranzato insieme all’osteria della Quercia.
Ho ordinato ossobuco e piselli, l’amica nostalgy non sta certo attenta alla linea.
Anzi più è grassa più è contenta. Si ciba di tutti i ricordi, ne  crea anche di fittizi se è necessario.

Ogni piccolo particolare ti apre un mondo, una storia, un’esperienza che ti è sempre sembrata insignificante, ma che col senno del poi assume un’importanza spropositata.
Tutto diventa ricordo: un vicolo buio, il caffè troppo caldo di un bar in Campo dei Fiori, uno stanco mazzo di peonie  svenuto nel vaso di latta, la pizza scrocchierella del forno di via del Moro.
Anche i colori diventano ricordi, gli odori diventano racconti.

(tramonto ai caraibi, dopo una giornata perfetta e assurda, con Marina e Marco)

Il barbone dagli abbinamenti sgargianti e inconsueti prende il suo posto nella mia giornata.
Franci lo guardava sempre ammirato.
Diceva che era un uomo dal grande senso estetico.
E dalla scarsissima igiene personale, aggiungevo io.
Ora col famoso senno di poi mi accorgo che aveva proprio ragione.
Pantalone arancio fosforescente, e maglietta fucsia. Corpetto peruviano, e una quantità indefinita di collanine di osso. La fascia nei capelli, rivisitazione dell’epoca dei figli dei fiori che credo abbia vissuto fino in fondo senza risparmiarsi il capitolo “droghe pesanti”, richiama le cuciture dei pantaloni e le scarpe abbinate, espadrillas di una fantasia introvabile. Le ho pure cercate nei negozietti del centro.
Un’attenzione ai dettagli che mi stupisce in un uomo che fa fatica a mettere insieme il pranzo con la cena.
Ma forse il gusto estetico fa parte di una coscienza superiore, non legata alla nostra condizione terrena. E ancora una volta mi si ripropone la bellezza.
Decide di arrivarmi alle spalle. Senza preavviso. E mi prende di sorpresa.
E la bellezza è l’unica arma che ho contro la lama di questa nostalgia invadente.
La bellezza che molti considerano superficialità.
E allora va’a quel paese, sono orrendamente superficiale.
Perché io sono drogato di bellezza. Ne ho proprio bisogno. Ho bisogno di guidare la mia smartina, costeggiare il Colosseo e stupirmi tutte le volte. E accorgermi tutte le volte che l’uomo può fare tante schifezze, ma che ha fatto anche il Colosseo. E i fori, e castel Sant’Angelo.
E che qualcosa di ancora più grande ha creato quella luce arancione che bacia queste meraviglie, che mi cura l’anima.
Io abito la bellezza.

Dopo la teoria darwiniana dell’evoluzione della specie, quella copernicana sulla rotazione terrestre, negli anni anche io ho elaborato la mia personale teoria.
La teoria stelliana sulla bellezza degli esseri umani.

L’essere umano nasce, quasi sempre carino. Di bambini seriamente brutti ne ho visti pochi, e anche in quel caso fanno comunque tenerezza e ti strappano un sorriso.

Poi si evolvono. E li cominciano i casini.
C’è gente che nasce noiosamente fica. I baciati da madre natura.
Quelli che alle medie, in piena eruzione cutanea dei compagni di classe sfoggiano una pelle levigata, un corpo armonico e la relativa sicurezza di sé che tutti gli altri si sognano.

Da come parlo avrai capito che alle medie ero un cesso stratosferico. Non è falsa modestia, né tanto meno voglio dire che ora sono uno strafico.
Ma alle medie ero davvero un cesso. Nano, occhiali, apparecchio, brufoli, voce intermittente dal falsetto al baritono e con la peculiare capacità di riuscire sempre a dire la cosa più ridicola, stupida e umiliante possibile. Ero imbarazzante.
Non mi sto lamentando, perché poi alle superiori sono rientrato nel gruppo “quelli carini” del liceo, e ho bilanciato la situazione.

Ma torniamo alla mia teoria.
Fino a questo punto il capitolo bellezza è completamente governato da Madre Natura.

Si arriva poi al decennio 20-30 .
Questo è il decennio dell’ingiustizia.
In questo periodo ci sono persone aiutate dal destino che sono belle e basta. Che proprio non gli puoi dire nulla. Che sono facilitate in tutto quello che fanno da un aspetto estetico piacevole. Tutti ti sorridono di più e sono più disponibili nei tuoi confronti.
E non ci si può fare nulla, qui è la genetica che comanda.

Poi per fortuna arriva il decennio dei 30-40, il trionfo della giustizia.
Si perché dopo i trenta comincia a disegnarsi sul volto e nel corpo quello che sei dentro.
Ci sono persone bellissime che perdono completamente il loro fascino, il loro appeal . E alcune giudicate fino a poco tempo prima bruttine che si illuminano del loro carisma. E fisionomicamente si imbelliscono. Il processo è inevitabile. Se nel decennio dell’ingiustizia ti sei coltivato, sei cresciuto spiritualmente e hai intrapreso un percorso diventi più bello. Il tuo sogno ti si disegna in faccia, la tua creatività ti modella il volto, il tuo spirito nutrito ti illumina. Se invece hai lasciato che la vita, le sue regole, le frustrazioni e i rimpianti scandiscano le tue giornate…Ahia!
La vita prende la tua faccia e ci scrive sopra il tuo diario.
Sta a te decidere cosa scriverci sopra.

L’anno scorso sono stato invitato a un festival del cinema dall’altra parte del mondo, ad Aruba. Lì ho incontrato Richard Gere.
Ecco, lui ha scritto un gran bene su quella faccia.
Faceva luce.


Vorrei saper invecchiare così, con quel coraggio.
Con quella determinazione al miglioramento costante,
con quel saper salutare le persone, guardarle per tre secondi ed essere totalizzante con ognuna di loro.
Basta un “piacere di conoscerti” dei suoi, così assoluto, così dedicato solo a te per vedere il suo percorso di uomo.

Ecco, voglio sondarmi, capirmi, vivermi, aprirmi e scrivermi la faccia.
Piacere di conoscermi.

Torno a casa.  E a piazza San Cosimato ri-incontro il barbone fashion-victim. Si è anche cambiato per il pomeriggio. Giustamente. Un trionfo di partchwork. E’ il mio nuovo mito.

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